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L’arca di Noè
Noè coltivava la terra che circondava la sua fattoria, al limite occidentale della grande depressione; coadiuvato dai tre figli: Sem, Cam, Jafet e da Naamah, la sua sposa.
Terra aspra e dura da rassodare, per questo il geniale Noè ideò degli attrezzi agricoli rivoluzionari per l’epoca; attrezzi in grado di alleviare la fatica e rendere accettabile la scarsa produttività di un terreno arido e traboccante di pietrisco.
Ogni sera, prima di riunire la famiglia accanto al focolare, guardando inorgoglito il nuovo appezzamento strappato all’arsura e conquistato alla semina, ringraziava il suo Dio per la proficua giornata.
Da qualche tempo però, i terreni più a ovest, quelli vicini ai contrafforti dei monti che riempivano l’orizzonte, si stavano inaridendo; nemmeno la gramigna riusciva più ad attecchire.
La poca acqua che la scarsa pioggia immagazzinava fra le rocce dei monti, scendeva a valle inaspettatamente salata, bruciando ogni forma di vita vegetale che incontrava lungo il suo percorso ed espandendo l’area desertificata all’interno della valle.
«Devo salire lassù per capire quale diabolica magia rende imbevibile l’acqua dei torrenti», annunciò Noè mentre il Sole calava dietro le cime, indicando la lunga linea di vetta della catena montuosa incombente sulla fattoria.
«Ma, padre, tu ci hai insegnato che solo un pazzo avrebbe osato avventurarsi sui sentieri franosi del monte; senza contare che ci vorranno giorni solo per giungere in cima… e forse mesi per controllare ogni sorgente», obiettò sconcertato Sem.
«Già, solo un pazzo» confermò Noè. E dopo una breve riflessione, aggiunse: «Oppure un vecchio saggio… Ed io, mi sento abbastanza vecchio per osare l’inosabile! Dovessi impiegarci un anno intero, andrò lassù e scoprirò il diabolico arcano… Partirò domani stesso!» esclamò deciso Noè. Poi appoggiò una mano sulla spalla di Sem e concluse: «Fino al mio ritorno, affido a te la guida della famiglia».
«Spero di essere all’altezza del gravoso compito, padre», rispose Sem, abbassando il capo.
«Lo sarai!» affermò lapidario Noè. «Ora rientriamo, durante la cena ne discuteremo con tua madre e i tuoi fratelli», e s’incamminò verso casa assieme a Sem.
Alle prime luci dell’alba Noè, dopo aver caricato le provviste per il lungo viaggio sulla groppa dell’asino salutò la sua sposa, i figli e, afferrando con la mano destra il lungo bastone del pellegrino, tirando con la sinistra la cavezza dell’asino s’incamminò.
Salì la montagna seguendo il corso del primo torrentello salato, immergendovi l’indice lo passava sopra la lingua ad ogni diramazione per capire quale ramo seguire; camminò per giorni zigzagando lungo il declivio, sorprendendosi per la grande quantità di fontanili dai quali sgorgava acqua salata.
«La montagna è marcia, sputa sale da ogni anfratto!» constatò sconsolato.
Lanciando lo sguardo in alto, verso la cima ancora lontana, sospirò. «Ci vorrà almeno un altro giorno per esplorare il fianco del monte, prima di arrivare lassù.»
Poi, guardando alla sua destra, notò in lontananza una piccola costruzione, le cui pareti erano state erette con delle grosse pietre posate a secco sopra lo sperone di roccia che dominava la vallata sottostante. «Chi può essere così pazzo da vivere in mezzo a questa pietraia?» si chiese incuriosito, trascinando l’asino in direzione dell’audace costruzione.
Seduto sopra una roccia accanto all’unico pertugio della costruzione, un uomo dalla lunga barba bianca, con indosso una tonaca grigia consunta dal tempo, osservava interessato l’uomo e l’asino sullo stretto sentiero che conduceva alla capanna di pietra.
«Che ci fanno un uomo e un asino quassù?» chiese ironicamente, quando Noè e la bestia da soma giunsero al suo cospetto.
«Mi chiamo Noè, sto esplorando la montagna per capire perché sputa acqua salata», rispose. Osservò la capanna e aggiunse: «Avrei anch’io un paio di curiosità».
L’uomo dalla lunga barba, limitandosi ad annuire lo invitò ad esprimersi.
«Oltre al tuo nome, vorrei capire cosa ti ha spinto ad erigere la tua casa quassù, in bilico sul nulla!»
«Il mio nome è… Adamo!» esordì l’uomo. Poi, indicando la capanna, proseguì serafico: «Quella che tu chiami casa, ben presto sarà il mio sepolcro».
«Sei salito fin quassù per cercare la morte!» tirò le somme lo sconcertato Noè. Concludendo con una domanda: «Non sarebbe stato più semplice attenderla giù, a valle, la nera signora?»
Adamo inarcò le sopracciglia. «Sarebbe stato uguale… ma diverso!»
Poi indicò tre tumuli di pietra accanto alla capanna. «Quassù ho sepolto la mia sposa, Eva… e i miei figli: Abele… e Caino; che sentendo la morte ormai prossima, mi raggiunse per esser sepolto accanto chi, dopo l’attimo d’ira, tornò ad amare.»
«Il sacrario di una sfortunata famiglia», commentò in un sospiro Noè, volgendo lo sguardo sui tre tumuli.
«Ti correggo: il sacrario di una famiglia che l’amore ha alfine riunito», obiettò Adamo. Indicò una pietra alla propria destra. «Siedi e ascolta ciò che ho da narrare, in futuro ti potrebbe servire per non dover soffrire.»
Noè si sedette alla destra del vecchio. Questi, dopo essersi schiarito la voce, iniziò a narrare di sé e dei suoi cari: «Oltre la valle, là dove sorge il Sole, s’erge il paradiso in Terra», esordì, indicando l’orizzonte a est. «Campi di grano a perdita d’occhio, sterminate piantagioni di alberi da frutto, fiumi dall’acqua fresca e limpida… questo è il primo ricordo che mi sovviene alla mente, rammentando la terra ubertosa in cui sono nato e cresciuto. Mio padre m’insegnò a coltivare la terra e a prendermi cura degli alberi da frutto; e grazie ai suoi insegnamenti il re mi offrì il posto di agronomo nel frutteto del suo immenso giardino. Sette giardinieri e altrettanti agronomi, ubbidendo ai miei ordini si occupavano di tenere curato, lindo e pulito, il giardino e il frutteto che il re e la sua corte quotidianamente percorreva. Stavo controllando la maturazione dei frutti, seduto sopra al ramo di un melo, quando una voce angelica mi distolse dal mio compito. “Vorrei assaggiare quella mela”, sussurrò Eva, indicando un frutto maturo, il più bello dell’intero meleto. Mi volsi, e incrociando gli sguardi, subitamente capimmo che ben altro era il frutto che entrambi desideravamo assaggiare. E da quel giorno furono morsi d’amore e d’infocata passione all’ombra del melo. Un amore impossibile, il nostro: lei era destinata ad andare sposa al re, e se lui ci avesse colti sul fatto, per noi sarebbe stata la fine. Ma l’amore è più forte di ogni paura, e non può essere un degno vivere se non lo si può esplicitare. E così decidemmo di fuggire dalla nostra prigione dorata. Ma il re non si arrese e lanciò i suoi sgherri sulle nostre tracce. Mesi di fuga nel deserto infuocato, cercando rifugio in ogni anfratto; sino a raggiungere la fine del mondo e lì attendere stremati di essere catturati e poi giustiziati. Quando giunsero i cavalieri guidati dal re, abbracciandoci attendemmo la fine. “Il vostro amore si è rivelato più forte dell’odio. Ordino che la vita vi sia risparmiata. La giusta punizione sarà per voi la cacciata perenne dal regno; vivrete quaggiù, alla fine del mondo, il vostro impossibile amore; che spero per voi si riveli abbastanza forte d’aiutarvi a superare gli stenti. Ma vi avverto! Se non si dovesse rivelare così saldo, mutando in odio finirà per distruggervi, divorandovi l’anima”, ci mise in guardia da noi stessi, il re, prima di allontanarsi con i suoi cavalieri», concluse Adamo.
«E così il re si rivelò magnanimo e vi concesse di vivere il vostro giusto amore», commentò Noè.
Adamo annuì, poi indicò un pianoro a mezza costa. «Laggiù, costruimmo la nostra casa, dentro la quale Eva diede alla luce, prima Caino e poi Abele. Crebbero sani e forti, i nostri figli; Caino scelse il lavoro più ingrato, coltivare questa terra riarsa; mentre Abele volle allevare pecore e capre. La terra ingrata non concesse a Caino i frutti necessari a sfamarci; imbrunito cenava guardando i prodotti dell’allevamento di Abele decorare i piatti, mentre nei suoi campi la gramigna puntualmente soffocava ogni semina. Quando Abele, per liberare i campi dalla gramigna decise di condurre il suo gregge a pascolare nei campi del fratello, scatenò l’ira di Caino che, colpendolo con una grossa pietra, uccise il fratello e fuggì lontano. Eva pianse un giorno e una notte intera la perdita dei due amati figli; ed esalando l’ultimo respiro alle prime luci dell’alba, pronunciò i loro nomi», a quel punto la voce rotta dalla commozione lo costrinse a rifiatare. «… Dopo aver sepolto i corpi di Eva e Abele, decisi di attendere qui il ritorno di Caino», riprese, indicando i tumuli. «Caino, dopo aver vagato per più di trent’anni, sentendo la morte ormai prossima tornò per avere il mio perdono e pregare sulle tombe della madre e del fratello. Tre giorni dopo, queste stanche mani sistemavano le pietre del terzo tumulo, dentro al quale trovò l’eterno riposo Caino. Poi, non potendo io tumulare il mio corpo dopo il trapasso; eressi la mia casa, dentro la quale trovai riparo accanto a chi ho sempre amato, nell’attesa che la morte, unendomi a loro in eterno, la muti in sepolcro», concluse il racconto molto provato, con la voce ridotta a un rantolo dolente e occhi liquidi.
«E da quel giorno tu sei rimasto qui, nutrendoti di serpi e radici, ad attendere che il fato si compia per unirti a loro», chiosò Noè; mentre Adamo, annuendo senza proferir verbo, cercava di riprendersi dal forte stato emotivo.
Noè comprese che sarebbe stato opportuno lasciarlo solo, in compagnia dei suoi fantasmi. «E’ ora d’andare, il segreto della montagna attende d’esser svelato», annunciò alzandosi.
«Non è fra le rocce che devi cercare. Se l’acqua salata vuoi trovare, dentro l’inferno tu devi guardare», sciorinò Adamo con voce ancora scossa, mentre Mosè afferrava la cavezza dell’asino.
«Dentro l’inferno?» chiese sconcertato Noè.
«Lascia qui l’asino e sali in cima al monte, se vuoi vedere l’inferno e i ciclopici demoni soffianti che albergano nelle sue viscere. Mi prenderò cura dell’asino fino al tuo ritorno», rispose Adamo.
Noè annuì, lasciò la cavezza dell’asino e, appoggiandosi al bastone, salì il ripido declivio roccioso che conduceva alla cima del monte.
Impiegò più di due ore per giungere in vetta, e quando lo sguardo scavallò l’ultimo sperone di roccia, un agghiacciante stupore l’invase.
«Un inferno d’acqua!» esclamò sconvolto, osservando l’oceano rabbioso sbattere ruggendo contro la roccia cinquanta metri più in basso. «I ciclopici demoni soffianti!» esclamò ancora, osservando delle balene al largo immergersi soffiando acqua dallo sfiatatoio sulla sommità del capo.
Temendo che i demoni, vedendolo, lo trascinassero nelle profondità degli inferi, si ritrasse dietro una roccia e dopo aver lanciato un ultimo sguardo nell’immensità dell’oceano, con il cuore in tumulto scese lesto il sentiero.
«Ho visto i demoni!» urlò concitato, ansimando con il fiato corto dopo aver percorso il sentiero di gran carriera.
«Siedi e riprendi fiato, qui non possono arrivare», lo rassicurò Adamo con voce calma. Sospirò. «Almeno per ora!» aggiunse sibillino
«Per ora? Puoi essere più chiaro?» chiese uno spaventato Noè.
Adamo indicò il monte e, usando il tono pacato di chi sa ciò che va affermando, spiegò: «Il bastione che divide la terra dall’inferno è marcio. L’erosione ha reso la roccia sottile e friabile. L’acqua salata, erodendo il bastione roccioso dall’interno, è riuscita a creare numerosi varchi. Il punto di rottura è ormai prossimo. Quando il monte verrà giù, l’inferno d’acqua salata invaderà la Terra. E allora il genere umano sarà spazzato via per sempre… e i poveri resti saranno divorati dai ciclopici demoni soffianti».
«Mio Dio!» esclamò sconvolto Noè. «E quando accadrà?»
«Chi lo può sapere; forse domani stesso, oppure fra cento anni… ma accadrà!»
«Siamo dunque condannati ad attendere inermi che il fato si compia», tirò le somme sconsolato Noè.
«Forse no!» esclamò Adamo, accendendo una piccola speranza nel cuore di Noè. E prima che questi potesse chiederne conto, proseguì: «Se il tempo sarà magnanimo, qualcuno potrebbe raggiungere la salvezza lassù,» indicò un punto indefinito a oriente, «oltre il paradiso terrestre».
Noè comprese cosa intendesse dire Adamo, rifletté a lungo, lanciando lo sguardo lungo la valle e anche oltre, prima di chiedere: «Se attraversassi la valle e poi il deserto puntando dritto a oriente, quanto impiegherei per raggiungere il paradiso terrestre, e poi da lì a raggiungere la quota di sicurezza?»
Adamo scosse il capo. «Il cratere desertico è il punto più profondo della Terra. Laggiù il caldo del giorno è insopportabile, quanto il gelo della notte; moriresti ancor prima di giungere nel suo punto più basso.»
«Se tu e la tua donna lo avete attraversato per arrivare fin quassù, io e la mia famiglia lo attraverseremo per tornare di là!» ribatté piccato Noè, disegnando con l’indice una linea retta immaginaria attraverso la valle.
«Solo la prima parte!» esclamò Adamo, attirando l’attenzione di Noè. «Solo la prima parte attraversammo, aiutati da una carovana di nomadi; poi piegammo a nord e proseguimmo lungo i sentieri che collegano i villaggi alla base dei monti», e concluse disegnando con un ampio gesto del braccio un arco virtuale alla base dei monti alla sua sinistra.
«Ma seguendo il percorso lungo, il tempo potrebbe non bastare per raggiungere la salvezza», obiettò sconfortato Noè.
«Il tempo potrebbe non bastare, ma attraverso il deserto, sicuramente non potrai mai arrivare», sentenziò Adamo. Poi, indicando i monti a sud, aggiunse: «Se seguirai i sentieri a sud, dovrai camminare per un mese buono… forse due in meno».
«Già… ma il tempo, basterà?» si chiese Noè, riflettendo ad alta voce.
«Ogni minuto passato a riflettere sul da farsi, sottrae un minuto di tempo alla riuscita dell’impresa», rispose Adamo. «Il tempo delle riflessioni è finito. Ora è rimasto solo il tempo dell’agire. Se questo basterà a salvarti, lo scoprirai soltanto percorrendo il sentiero. Scendi a valle, parla con i tuoi familiari, poi raduna gli armenti e inizia la transumanza verso una nuova terra. Ora va’, ogni minuto è prezioso. In cuor mio, son certo che ce la farai!» lo esortò, elargendo certezze.
Noè abbracciò Adamo, lo ringraziò e scese velocemente a valle. Impiegò due giorni per raggiungere la sua fattoria; lì giunto riunì la famiglia e spiegò loro che avrebbero dovuto abbandonare la loro terra, perché un cataclisma di proporzioni apocalittiche incombeva sulle loro teste. Il giorno seguente, riuniti gli armenti, iniziarono il lungo cammino della speranza.
Dopo sette giorni giunsero in un villaggio di pastori; Noè si premurò d’informarli del pericolo imminente, invitandoli ad unirsi a loro; ricevendo in cambio scherno e derisione.
Un’uguale accoglienza venne loro riservata negli altri tre villaggi attraversati nel mese seguente. Fu a quel punto che il dubbio assalì Noè. “E se avessero ragione loro? Se il vecchio e saggio Adamo si fosse sbagliato?” si chiedeva, rodendosi l’animo.
L’indecisione sul da farsi stava lentamente mutando in certezza di aver sbagliato a dar retta ad Adamo. “Domani parlerò con Naamah, Sem, Cam e Jafet. Decideremo insieme se proseguire o tornare alla fattoria”, pensò una notte, prima di addormentarsi.
Quella notte una figura luminescente gli apparve in sogno, avvertendolo con voce stentorea: «Noè, non salverai te stesso e nemmeno la tua famiglia tornando indietro! Devi proseguire il cammino, ti fermerai soltanto là, dove l’inferno non ti potrà più inseguire, né l’uomo aggredire!»
«Tu che tutto hai creato e tutto conosci, ti prego, dimmi come farò capire quando e dove mi potrò fermare?» chiese Noè nel sogno.
«Quando per osservare il Sole tramontare a ovest, invece che volgere lo sguardo in alto o dritto davanti a te, sarai costretto a volgerlo in basso, avrai raggiunto il sacro suolo dove ti potrai fermare ad attendere che il fato si compia», rispose la voce, sfumando lentamente, assieme alla figura luminescente, fuori dal sogno.
Noè, rinfrancato dal sogno, il mattino seguente riprese con lena il cammino; sicuro di riuscire, coordinando lo sguardo con il tramonto, a decrittare il punto esatto in cui arrestare la sua folle fuga verso la salvezza.
Centinaia di villaggi attraversò Noè, ricevendo in cambio del suo prodigarsi presso la gente, avvertendoli del pericolo, ancora e solo scherno e derisione.
Finalmente, diciotto mesi dopo l’inizio della transumanza, Noè raggiunse la ricca regione decantata da Adamo.
«Sarà questa la nostra muova terra?» chiese entusiasta Cam.
Noè scosse il capo. «Non so ancora risponderti, il tramonto dirimerà ogni dubbio.»
«Mah, padre, guarda che terra grassa; qui potremmo seminare grano a perdita d’occhio!» insistette Cam, mostrando a Noè una manciata di terra ed erba strappata con furia dal suolo.
Noè non si scompose. «Dopo il tramonto deciderò», rispose laconico, irritando ulteriormente Cam.
«Far di conto è la mia arte, e tu ben lo sai, padre. Da quando siamo partiti ho tenuto il conto dei passi percorsi su sentieri in discesa, in piano e in ascesa. Negli ultimi tre mesi i nostri passi hanno battuto sentieri costantemente in salita; secondo i miei calcoli, abbiamo superato la quota dei bastioni dell’inferno; quassù, l’acqua salata non potrà mai arrivare!»
Noè era certo che il figlio non si stesse sbagliando; inoltre, una terra così grassa e fertile chissà mai quando e se l’avrebbero calcata di nuovo proseguendo il cammino. Avrebbe voluto dar soddisfazione al figlio, dicendogli che: sì, quella sarebbe stata la loro nuova terra. Ma rammentando il verbo del sogno, decise di attendere il tramonto prima di esprimersi.
«Non sarà questa la nostra ultima meta», annunciò sconfortato, osservando, con sguardo retto, il Sole calare dietro l’altopiano.
I figli e la madre si guardarono sconcertati senza proferire verbo, accettando, se pur contrariati, la decisione del capofamiglia.
«Ora riposiamo, all’alba riprenderemo il cammino», concluse Noè, mentre distoglieva lo sguardo dal tramonto per rivolgerlo in direzione dei monti a est.
Poco prima dell’alba lo scalpitio di cavalli al galoppo, eccitando gli armenti svegliò Noè, Naamah e i loro figli.
«I nomadi non possono sostare sulle mie terre!» ringhiò un uomo di nero vestito dall’alto di un nero cavallo, seguito da dieci cavalieri armati di spada e archi, fermandosi davanti all’impietrito Noè.
«Non siamo nomadi, ma contadini», precisò Noè senza scomporsi, puntando gli occhi nel volto arcigno, incorniciato da barba ispida e incolta, del cavaliere.
«Se siete venuti a cercar lavoro, avete fatto un viaggio a vuoto», ribatté l’uomo.
«No, non cerchiamo lavoro. Proveniamo dalla terra dove tramonta il Sole», rispose Noè, indicando l’occidente.
«Avete affrontato un lungo viaggio… qual è la vostra meta?»
Noè indicò le pendici della montagna che svettava a oriente. «Dobbiamo arrivare fin lassù», rispose.
L’uomo volse lo sguardo sul monte, poi tornò a guardare Noè. «Per raggiungere le pendici dell’Ararat, dovete attraversare le mie terre… riposando di notte e camminando per il resto del giorno, impiegherete circa tre giorni per farlo. Troverei giusto barattare il permesso di calpestare il suolo che mi appartiene con qualcosa di vostro», propose, esprimendosi con un tono ultimativo che non ammetteva contraddittorio.
Noè, notando la mano dell’uomo afferrare l’impugnatura della spada infilata nel fodero appeso alla cintola, si spaventò. “Ora mi è chiara l’ultima frase della voce nel sogno”, pensò. Prima di rispondere in tono ossequioso: «Trovo giusto ricambiare la tua generosa ospitalità, offrendoti in cambio tre delle mie pecore; una per ogni giorno trascorso dentro la tua stupenda terra… scegli tu», lo esortò, indicando il gregge.
L’uomo scosse il cavallo tirando le redini, si avvicinò al gregge e, dopo aver squadrato i figli di Noè che lo tenevano unito, fece la sua scelta. «Quella… poi quella e quella!» esclamò, indicandole con l’indice.
Con un cenno del capo, Noè ordinò ai figli di togliere le pecore dal gregge; i figli ne presero una a testa e, su indicazione dell’uomo, le consegnarono a tre cavalieri scesi da cavallo.
«Per tre giorni, non uno in più, sarete graditi ospiti della mia terra… ma se a mezzogiorno del quarto non l’avrete lasciata… mi prenderò il resto del gregge. Così ho deciso!» disse l’uomo, facendo girare il cavallo tirandolo per le redini. Poi partì al galoppo, esclamando: «Che Dio vi accompagni!»
Noè e la sua famiglia, temendo di contravvenire al patto, percorsero la terra del capo tribù accorciando il riposo notturno, e poco prima del termine concordato raggiunsero la grande foresta, salvando di fatto il gregge dalla confisca.
Attraversarono la grande foresta con occhi sgranati di meraviglia; mai avrebbero immaginato d’incontrare una natura così opulenta. “Quale sarà il segreto di una terra così generosa”, rifletteva estasiato Noè assaggiando i frutti del sottobosco.
Impiegarono quattro giorni per attraversare la foresta, e una volta tornati allo scoperto, si ritrovarono ai piedi della grande montagna; lì si fermarono a riposare per un giorno intero prima di iniziare a salire il sentiero immerso nelle abetaie che ricoprivano le pendici dell’Ararat.
Superata la quota delle abetaie, la montagna offrì i suoi fianchi spogli alla luce del Sole; Noè, volgendo lo sguardo all’intorno, vide un laghetto color smeraldo, e risalendo con gli occhi lungo il ruscello che lo alimentava lo vide perdersi, molto più in alto, dentro il bianco abbacinante del piccolo ghiacciaio che lo alimentava. «Ecco il miracolo che alimenta l’opulenza del paradiso terrestre!» annunciò, indicandolo ai figli.
«Dovremo salire fin lassù?» chiese spaventata Naamah.
«Non lo so, ma non credo che dovremo salire così in alto», la rassicurò Noè.
«Non ne sei certo?» ribatté preoccupata Naamah.
«Al tramonto, lo sarò», rispose laconico Noè, andando a sedersi su uno sperone di roccia.
In silenzio attese che il Sole compisse il suo percorso dentro la volta celeste; e quando per vederlo tramontare dietro l’orizzonte fu costretto ad abbassare lo sguardo, balzando in piedi esultò commosso: «Ringraziamo Dio che ci ha concesso di raggiungere la salvezza! Quassù, dove l’inferno non potrà mai raggiungerci, erigeremo la nostra casa!»
Usando il legname delle abetaie, Noè e i suoi figli costruirono la loro dimora su tre livelli; il primo fu destinato a ricovero per gli animali, il secondo a magazzino per le derrate e il terzo al luogo sacro dove riunire la famiglia attorno al focolare: ovvero, la casa.
«Sembra una grande arca!» esclamò Jafet, osservando l’opera finita.
Gli altri fratelli, guardando il parallelepipedo di legno, sorrisero e annuirono.
«Non sono i fronzoli a fare una casa degna d’esser vissuta, ma il comportamento di chi la frequenta!» fu la burbera obiezione di Noè, che finì con lo spegnere il sorriso apparso sulle labbra dei figli. «Quel che importa è che sia stata costruita a regola d’arte, perché possa resistere alle intemperie e al tempo», chiosò soddisfatto, battendo un pugno contro la parete lignea.
Dopo aver costruito la casa, Noè e i suoi figli concentrarono i loro sforzi per rendere coltivabile il fianco inclinato della montagna. Il geniale Noè, erigendo dei muretti di pietra a secco, creò dei terrazzamenti di terra, dentro ai quali seminare grano e quant’altro servisse alla sussistenza della piccola comunità.
Per sette anni, ogni giorno Noè scrutò il cielo, alla ricerca di un segno che indicasse il compimento del fato; e un ventoso giorno autunnale, assieme al primo freddo portò la risposta che Noè attendeva.
«L’inferno sta fagocitando la nostra terra», sussurrò con voce rotta, indicando ai figli e alla sua sposa il cielo oscurato da stormi di uccelli provenienti da ovest. «Solo chi ha ali per poter volare si salverà», sentenziò sconfortato.
Per quaranta giorni, Noè e la sua famiglia videro il Sole oscurarsi al passaggio di volatili che migravano a est. «Il fato si è ormai compiuto, ringraziamo Dio per averci indicato la via della salvezza», declamò estatico alla fine del quarantunesimo giorno Noè, inginocchiandosi assieme ai sui figli e alla sua sposa con sguardo implorante rivolto al cielo.
Quando il bastione di Gibilterra collassò, l’oceano si riversò dentro la depressione mediterranea, creando il mare interno; solo Noè e la sua famiglia, oltre agli uccelli che volando migrarono a oriente, si salvarono dall’immane cataclisma trovando rifugio sul monte Ararat.
Ma la grande quantità d’acqua del nuovo mare, oltre che a cambiare l’orografia della regione, finì per mutare il clima mediterraneo, generando piogge copiose, grandi ghiacciai e i fiumi che alimentando le pianure le resero fertili.
Lo sconvolgimento meteorologico, contribuendo al rapido avanzamento del fronte dei ghiacciai eterni dell’Ararat, costrinse Noè a nuove e più dolorose scelte.
«E’ impossibile coltivare il grano quassù, il gelo brucia i germogli», osservò Noè, stringendo fra le mani le spighe dell’ultima semina sui terrazzamenti. «Quel che riusciremo a salvare del raccolto, sarà ben poca cosa. In poco più di dieci anni il clima è cambiato in modo irreversibile; non potrà esserci nessun futuro per voi quassù. Dovete andarvene da qui», aggiunse, rivolgendosi ai figli.
«La nostra vecchia terra non esiste più, dove la potremo trovare un’altra terra che ci accolga?» chiese Cam.
«Scenderete assieme la montagna, poi proseguirete divergendo il vostro cammino. Così facendo le possibilità che almeno uno di voi possa trovare un luogo degno d’esser vissuto, aumenteranno considerevolmente», rispose Noè.
«E cosa accadrà a chi di noi non riuscirà a trovare un luogo degno d’esser vissuto?» chiese Sem.
«Non lo so. Io da quassù pregherò perché ogni mio figlio possa trovare ciò che va cercando… altro non posso fare», rispose Noè. «Ora basta parlare, così ho deciso! Preparatevi a partire!» comandò, anticipando l’intervento del terzo figlio.
«Prima di lasciarli andare, ho raccomandato ai nostri figli di narrare ai popoli che incontreranno lungo il cammino, la storia della nostra famiglia; perché imparino ad amare la loro terra e ad aiutarsi l’un l’altro per conservarla come ci è stata donata. So che tu, da lassù, seguirai il loro percorso e li aiuterai a trovare la giusta via… no, non ti devi preoccupare, non sarò solo quaggiù… tu mi sarai sempre accanto», diceva Noè, sistemando i fiori sulla tomba della sua sposa, morta tre anni prima.
I figli di Noè seguirono i dettami del padre, fermandosi ad ogni villaggio che incontravano sul loro cammino narravano la storia della loro famiglia.
Sette anni durò la lunga marcia verso una nuova terra dove mettere radici, e alla fine il loro perseverare fu premiato: ognuno di loro trovò ciò che andava cercando.
L’epopea di Noè e della sua famiglia, trasmessa di generazione in generazione nei secoli a venire, mutò dapprima in un’unica leggenda; in seguito venne divisa da qualcuno in due episodi distinti: la leggenda del diluvio universale, e quella del paradiso terrestre.
FINE